LA PAGODA DELLE PAROLE DORO
Racconti di un'ameba viaggiatrice
    Questa è la storia di un’ameba annoiata che un giorno decise di lasciare i luoghi familiari per intraprendere un viaggio in terre lontane e sconosciute, giungendo infine nel regno di Shiatsopolis.
    Gli abitanti del regno, di nome shatzuka, accoglievano con ospitalità ed amorevole attenzione tutte le amebe viaggiatrici, e raccontavano le storie fantastiche che i vecchi saggi del posto avevano loro insegnato. Così l’ameba, e le amiche di viaggio incontrate lì, rimasero ad ascoltare…..
    Fino ad allora l’ameba aveva capito, con qualche sforzo, che respirare è molto di più del primo necessario collegamento alla vita; ma lì imparò che un respiro profondo e ben ossigenato è prezioso tanto quanto l’oro: espelle dai confini del sé vitale la lagnosa tristezza e lascia spazio al piacere di stare insieme alle altre amebe.
    Aveva qualche difficoltà ad accettare il nutrimento con sapori diversi dal dolciastro; ma con volitivo impegno imparò a nutrirsi di altri cibi e anche a trarne soddisfazione e solidità.
    Non avendo chiarezza nell’interpretare gli eventi della vita, non dava loro nessun significato e li riponeva in un cassetto dimenticandoli. Ma intuiva che la mancanza di consapevolezza era l’ostacolo alla pace interiore, e si interrogava malinconicamente sul significato dell’esistenza. Costruì allora una gabbia dorata dove proteggere la fiammella tremolante del suo cuore isolandola dal mondo.
    L’ansia e l’inquietudine accompagnavano le sue giornate. Avrebbe voluto percorrere i fiumi dell’esistenza sopravvivendo alle correnti rapide e impetuose, e adattandosi ai tratti lenti e noiosi; ma la paura soffocava l’impeto a cogliere gli stimoli della vita. Rifiutava così stancamente ogni cambiamento e si aggrappava tenacemente ai ricordi.
    Ma in un bel giorno di primavera, mentre tutta la natura era un tripudio di colori prepotenti e odori penetranti che accompagnavano il risveglio dei sonnecchianti animali in letargo, anche lei decise con impulso di scrollarsi il torpore dell’esistenza, e di lasciare che la prepotente individualità si inglobasse armoniosamente alle danze cosmiche dell’energia.
    Fu così che riconobbe gli invisibili sentieri che conducevano a Shiatsopolis.
    Lì gli affascinanti racconti dei vecchi saggi le suscitavano a volte un gioioso entusiasmo che proiettava tinte rosate sul futuro, a volte sospettosa perplessità e scoraggiamento che lasciavano emergere ricordi tetri e bui dal cassetto; ma mai lei pensò di andarsene interrompendo l’impegnativo cammino.
    Le amebe sue amiche e lei, sedevano in cerchio con un assoluto senso di comunione, ascoltando le sapienti shatsuke che narravano dei tempi lontani in cui l’Energia Invisibile del Vuoto decise di prendere forma, e si manifestò con diversi stati di aggregazione ai quali fu dato il nome di qualità energetica Yin e qualità energetica Yang.
    La solida struttura femminile, il raccoglimento, la conservazione, il nutrimento del materno Yin, vivevano in reattiva quieta con la trasformazione, la distribuzione, il consumo e l’attiva impetuosità del paterno e maschile Yang, insieme a formare un cerchio unico, inscindibile, in una perfetta e dinamica alternanza dal nome Dao.
    Nel vortice del Qi le amebe interagivano armoniosamente con il Cielo e la Terra, l’Energia e la Forma, il Macro e il Micro cosmo, e potevano nutrirsi, ispirarsi ed imparare.
    In relazione al macrocosmo le amebe erano, nella loro unità, degli ologrammi in miniatura rispecchianti l’immensità. E all’interno della loro unità, ogni elemento della struttura fisica, e ogni elemento dei percorsi energetici, costitutiva un’imitazione individualmente unica della grandiosa interezza.
    Nell’intero caos ordinato ogni elemento interveniva nell’unità con l’indispensabile specificità del suo ruolo: il legno nutriva il fuoco che generava la terra che si trasformava in metallo che si condensava in acqua; e tutto vibrava all’unisono della perfetta risonanza.
    Finchè un giorno, il non rispetto delle leggi del dao, le tensioni emotive, le irregolarità alimentari e, anche dell’altro, interruppero l’equilibrio e si generarono malattie e disagi, a volte superficiali, a volte profond, nel micro quanto nel macro cosmo.
    Inquietudine e sofferenza dilagarono nella società.
    Qualche ameba cercava delle soluzioni, altre no. Per qualcuna le leggi dei saggi erano ancora attuali ed attuabili, per altre poco più di superstizioni; ma le amebe che avevano abitato a Shiatsopolis ed avevano sviluppato “le tecniche della semplicità” chiamate shiatsu, sapevano che potevano trattare, sostenere, incoraggiare ma non risolvere i disagi delle altre amebe erranti.

Testo di Gianna Politi